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Dott.ssa Chiara Rossi Urtoler

La comunicazione è anche ascolto

“C’era una volta un giovane insoddisfatto del modo di comunicare dei suoi compaesani. Decide di andare a cercare la città dell’ascolto dove spera di trovare abitanti che sappiano ascoltare senza interrompere, fraintendere o travisare le intenzioni di chi parla. Vorrebbe sentirsi libero di esprimersi senza dover fare troppa fatica per trasmettere il messaggio che intende veicolare. Si mette in viaggio portando con sé solo lo stretto necessario.

Cammina, cammina e cammina sino a quando arriva in una città in cui ognuno è impegnato a
spiegare ciò che l’altro ha appena detto, il vero significato di ciò che intendeva dire. Con degli
sbagli tremendi, osserva il giovane, e va via per continuare la sua ricerca.

Arriva in un’altra città in cui gli abitanti fanno a gara a chi offre la più profonda interpretazione,
a chi è più veloce nel cogliere il senso implicito, a chi è più abile nel leggere tra le righe il non
detto: “che fatica!” pensa il giovane e riprende il suo cammino.

Dopo alcuni giorni di cammino arriva in un’altra città in cui non fa in tempo a iniziare un discorso
che l’altro lo interrompe dicendogli: “ ho capito benissimo cosa intendi dire, è capitata
anche a me una cosa simile…” e va avanti nel raccontare le sue cose non dando più la parola a
chi aveva incominciato a parlare. Il giovane prova fastidio ad essere interrotto e non poter completare
il proprio discorso. Non crede che questo si possa chiamare ascolto. Lascia questa città
per andare in un’altra.

Arriva in un’altra città in cui quando racconta qualcosa l’interlocutore lo interrompe per chiedergli dettagli, precisazioni, dimostrazioni della veridicità di quello che dice, le fonti. “Che sfiducia in questa città”, pensa,
“non voglio star qui un momento di più” e continua il suo viaggio.

In un’altra città, nota che viene interrotto da sfide del tipo come fai a saperlo, chi te lo ha detto,
ma ne sei proprio sicuro, irritandolo e facendogli sorgere inutili dubbi.
In un’altra città nota che quando esprime un’ opinione, un pensiero, l’altro è pronto a sostenere
che c’è ben altro da aggiungere, che non ci si può fermare a delle semplici e superficiali
considerazioni. “Può darsi”, pensa il giovane, “ma qualche volta non c’è proprio nient’altro da
aggiungere”.
In un’altra città ancora quando uno introduce un tema di conversazione l’altro è pronto a proporne
un altro, diverso dal primo.

Il giovane dopo tanto peregrinare arriva in un’altra città in cui quando chiede qualcosa nota
che le persone mostrano un sincero e autentico interesse nei suoi confronti. Sono disposti a
stare con lui, a instaurare un dialogo con lui per il tempo sufficiente e poi ognuno riprende la
sua attività.
In questa città, mentre lui parla l’interlocutore non solo rimanda segnali di ascolto, ma fa anche
delle domande pertinenti per cercare di comprendere meglio quello che sta dicendo e verificare
se effettivamente si sono capiti. E mentre parla con questo interlocutore di accorge che le
sue domande lo aiutano a chiarirsi meglio, a capirsi meglio, a precisare meglio il suo pensiero.
Il giovane si sente a suo agio, sereno, sente di poter parlare liberamente di qualsiasi cosa senza
interruzioni, senza interpretazioni arbitrarie, senza giudizi e malafede. Capisce che questa
deve essere la città dell’ascolto. Finalmente in questa città si sente rispettato e ascoltato per le
semplici cose che ha da comunicare.”

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