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Dott.ssa Chiara Rossi Urtoler

Il lutto ai giorni nostri

Il lutto ai giorni nostri: storia e caratteristiche del lutto “normale” e  “patologico”.

Il lutto è considerato uno dei maggiori eventi stressanti che possano capitare nella vita di una persona. In quanto la morte di una persona cara causa, innanzitutto, dei cambiamenti concreti nella quotidianità, ma ha anche profondi risvolti psicologici seguiti da conseguenze negative nel comportamento sociale di chi ne è colpito. 
Il lutto in sé non è una malattia, ma la combinazione di fattori appena descritta può creare o incrementare nella persona i sintomi tipici della depressione, dell’ansia,  dei disturbi psicosomatici e dei problemi del sonno.
Infatti, nello sforzo di riadattamento successivo ad un lutto, la persona deve affrontare vari tipi di problemi, inclusa la riorganizzazione emotiva interiore e una nuova rappresentazione del defunto dentro di sè, cosa che costituisce senz’altro per alcuni un compito non facile, anche perchè la morte spesso ricorda perdite e separazioni precedenti.
In generale, nelle società occidentali moderne il manifestare esteriormente il proprio lutto, viene considerato un tabù. Già nel periodo precedente il trapasso, questo viene spesso nascosto il più possibile perfino al malato stesso. Un esempio, che tutti possiamo avere in mente, è il caso in cui la persona sia gravemente malata in ospedale e le decisioni che lo riguardano, sempre più di frequente, vengono prese dall’équipe medica, la quale ha il compito di liberare la famiglia da un peso così gravoso. Sono lontani i tempi in cui il morente si congedava da familiari, parenti e amici, consapevoli e rispettosi del suo bisogno di affontare la morte in un qualche modo. Invece la nuova concezione sulla malattia e la morte prevede che fino all’ultimo istante si debba fingere che non si morirà mai.
Poi a morte avvenuta, i congiunti sembrano essere tenuti a non manifestare eccessive emozioni di dolore e neppure mantenere il lutto, (come invece si faceva una volta) in quanto questi comportamenti sono solo un ostacolo ad un più celere ritorno nel circuito sociale e alla “normalità”.
A pensarci, si nota una consistente differenza con la celebrazione della morte del secolo scorso o con quella attuale di altre società. Ora qui le condoglianze divengono tacite e imbarazzanti, paradossalmente soprattutto da parte di coloro che sono i più dispiaciuti per la perdita . Essi infatti, credendo che il modo migliore per aiutare i familiari del morente sia quello di minimizzare per non rinnovare il dolore, non si rendono conto dell’ulteriore isolamento a cui condannano una persona già provata da un lutto.

Ma perché la morte, e le emozioni che essa porta con sé, sono diventate un tabù?

Tendiamo a fuggire il pensiero della morte perché esso ci “spaventa a morte”. Un tempo ( e ancora oggi in alcune società) essa veniva vissuta come naturale esito dell’avventura della vita, infatti era molto più frequente, probabile e molto meno prevedibile ed evitabile. Veniva accettata come determinata da un disegno divino (in ogni religione con i suoi dei e le sue regole) al quale l’uomo non poteva opporsi.
Invece, l’uomo contemporaneo “occidentale”, in particolare negli ultimi due secoli, è arrivato a contrastare e posticipare la morte con ogni mezzo e a sentirsi molto più “padrone del suo destino”, della sua vita e della sua salute. Rendendo così la morte meno probabile e frequente, ma molto più prevedibile  ed evitabile, quindi assolutamente più temibile e pericolosa. Ciò ha conseguentemente comportato un progressivo, ma radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti della morte, connotato dallo scopo di tenere la morte lontana, anche solo dalla mente .
È cambiato il comportamento di chi muore, al quale sempre più viene richiesto di non disturbare la quiete dei vivi, in un paradossale capovolgimento delle regole dei cimiteri.
Sono cambiati i ruoli delle persone vicine, dei familiari, che, davanti alla malattia interpretano la scenetta della (falsa) speranza, o che nella tragedia inaspettata perseguono il più possibile la via della ostinata normalità.
È cambiato il senso del lutto, che un tempo significava una cosa sola e ora assume mille altre variazioni di significato e può essere applicato a diversi contesti: il lutto per la fine di una relazione, per un pensionamento, per un cambiamento importante, più in generale per una perdita che modifica la nostra visione del mondo.
È cambiata soprattutto l’educazione al lutto, con i bambini sempre più lontani, con il nascondere e l’ignorare ad oltranza i segni del lutto, nonostante i media propongano la morte altrui quasi quotidianamente. Ma è sempre quella dell’altro, non la nostra.
È cambiato il rito che accompagna la morte: la partecipazione, un tempo collettiva ed espressione dell’intera comunità, è ora legata alla conoscenza e alla relazione che lega il partecipante al defunto, o, al massimo, alla sua famiglia, al suo ruolo sociale.
Sono cambiati pure i tempi del lutto, sempre più brevi, sempre più rapidi, che aboliscono la possibilità di soffermarsi e  richiamare alla mente l’esperienza della morte.
In passato infatti si prevedevano tre tipi di lutto: lutto grave, mezzo lutto e lutto leggero. Ecco un esempio dei periodi di lutto previsti:
•   per il coniuge 18 mesi: un anno di lutto grave, quattro mesi di mezzo lutto e due mesi di lutto leggero;
•    per i genitori, figli, suoceri, nuore e generi un anno: sei mesi di lutto grave e   sei mesi di mezzo lutto;
•    per fratelli e sorelle 7 mesi: 4 di lutto grave, 2 di lutto leggero e 1 di mezzo lutto;
•    per i cognati 6 mesi: 3 di lutto grave e 3 di mezzo lutto;
•    per i nonni 6 mesi: 3 di lutto grave e 3 di lutto leggero;
•    per i cugini e i nipoti 3 mesi: metà di lutto grave e metà di mezzo lutto.

Guardiamo ora alle caratteristiche attuali del lutto nella nostra società.
Sono state individuate quattro fasi del lutto:

1.  fase di disperazione acuta, caratterizzata da stordimento e protesta. Vi può essere un incredulo rifiuto dell’accaduto e sono comuni crisi di rabbia e di dolore. Tale fase può durare da alcuni momenti a più giorni e può interessare periodicamente la persona per tutta la durata del processo di lutto.
2.  fase d’intenso desiderio e di ricerca della persona scomparsa; è caratterizzata da irrequietezza fisica e da preoccupazione eccessiva verso il morto. La fase può durare alcuni mesi o anche anni in forma attenuata.
3.  fase di disorganizzazione e di disperazione, nella quale ci si inizia a rendere conto della realtà della morte avvenuta. E’ dominante la sensazione che la vita non sia reale e la persona afflitta sembra essere chiusa in se stessa, apatica e indifferente. Spesso, in tale fase, si verificano insonnia e calo di peso, e anche la sensazione che la vita non abbia più senso e che tutto sia futile. La persona ricorda costantemente con dolore lo scomparso; insorge un inevitabile senso di delusione quando la persona che ha subito la scomparsa di una persona amata riconosce che i ricordi sono solo ricordi.
4.  fase di riorganizzazione durante la quale gli aspetti acuti del dolore cominciano a ridursi e la persona afflitta comincia ad avvertire un ritorno alla vita. Il defunto viene ora ricordato con un senso di gioia, ma anche di tristezza, e la sua immagine viene interiorizzata.

I fattori che influenzano la reazione al lutto sono molteplici:
• caratteristiche di personalità del soggetto,
• eventuali esperienze di perdita precedenti,
• qualità della relazione con il defunto,
• presenza di un sostegno familiare e sociale,
• le circostanze che hanno portato al decesso,
• la prevedibilità o meno con cui esso è avvenuto.

Alcuni di questi fattori possono portare ad aggravare i vissuti personali e ad aumentare la durata del lutto e si parla allora di lutto patologico o lutto con complicazioni, i cui sintomi sono:
A. Persistente e cronica nostalgia del defunto, con attacchi improvvisi angoscianti di preoccupazione e afflizione.
B. Almeno 4 dei seguenti 8 sintomi emergono più volte al giorno o sono percepiti con forte intensità:
1. difficoltà ad accettare la morte,
2. incapacità di fidarsi degli altri,
3. amarezza o rabbia eccessive per la morte,
4. difficoltà a procedere nella vita quotidiana,
5. sentirsi distaccati e incapaci di comunicare,
6. percepire una vita vuota e priva di senso in assenza del defunto,
7. guardare senza speranza al futuro,
8. essere spesso irritabili e sull’orlo di una “crisi di nervi”.
C. Il lutto costituisce un disturbo percepibile e duraturo che influisce sulla vita sociale, professionale o d’altro genere.
D. Il disturbo dura da almeno 6 mesi.

Complicazioni più frequenti:
Assenza del lutto: le persone colpite dalla perdita non si sentono toccate dalla morte e non sono capaci di soffrire.
Lutto differito: la persona ha improvvisamente attacchi di pianto settimane o mesi dopo la morte del congiunto.
Lutto distorto: per esempio nella forma di autoaccuse o eccessi d’ira.
Lutto cronico: il dolore per la perdita subita rimane immutato per mesi e minaccia di trasformarsi in una depressione clinica.

In ogni caso, non ci sono criteri definitivi per stabilire quando la persona colpita dal lutto abbia bisogno di un aiuto professionale: i fattori precedentemente citati aumentano il pericolo di complicazioni, ma non permettono alcuna previsione attendibile sull’andamento del lutto. Inoltre, tali complicazioni possono manifestarsi anche in persone presumibilmente ben attrezzate dal punto di vista psicologico, anche se ciò avviene più raramente. Si può dire che non ci sia un modo di vivere il lutto che sia favorevole a chiunque e che possa essere suggerito a tutti. Infatti, vi sono persone in lutto che hanno un gran bisogno di esprimere ad altri i loro sentimenti a riguardo e di confrontarsi con la perdita. Altri invece preferiscono immergersi nel lavoro per non pensarci o distrarsi per dimenticare la perdita.
Se la strategia con cui si affronta un lutto non è portata all’estremo e non consolida e non rafforza maggiormente il dolore, può essere valida funzionale. Quando invece la modalità di reagire alla perdita di una persona cara diventa rigido, pervasivo e acuisce e cronicizza il dolore, allora forse sarebbe utile fare qualcosa. In questo caso il sostegno di parenti e amici, seppure importante, non può da solo ridurre sufficientemente la sofferenza. Perché, è vero che la paura di non farcela a vivere senza la persona perduta e il timore di impazzire possono fare parte di una “normale” reazione ad un lutto, ma chi tuttavia, dopo 3-6 mesi, pensa ancora di non riuscire a superare da solo il suo lutto e ha un notevole peggioramento della sua vita quotidiana, dovrebbe rivolgersi il prima possibile a chi può offrirgli un aiuto professionale immediato, prima della cronicizzazione.

 

Nel prossimo articolo: il lutto nei bambini e negli adolescenti.

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2 commenti

  1. franco scrive:

    Ho più di sessant’anni e nella mia vita ho partecipato
    a tanti funerali di parenti amici e conoscenti, eppure non mi sono mai abituato a vedere un uomo nella cassa.
    Anche il più anziano, il più sconosciuto o il meno meritevole in vita mi commuove. Non riesco a vedere altro che una “fine”;
    qualcosa che si è spezzato e non ci sarà più!
    Eppure accarezzo il volto del morto e stringo con affetto la sua mano, tanto del parente che dello sconosciuto finchè non mi commuovo e esco dalla stanza.

    • Psicomodena scrive:

      Grazie Franco per la sua testimonianza, ci dà proprio l’idea di quello che significa per noi oggi la morte: NIENT’ALTRO CHE UNA FINE…

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