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Dott.ssa Chiara Rossi Urtoler

Un articolo di Scientific American riporta le recenti scoperte scientifiche riguardanti l’azione della MINDFULNESS  sul cervello.
Ormai è riconosciuto che la tecnica della meditazione e della piena consapevolezza sia una pratica valida per chi soffre di ansia o depressione, rabbia eccessiva, ma anche per chi soffre di dolore cronico, di dipendenze, di sintomi di alcune condizioni fisiche, come la sindrome del colon irritabile, il cancro e l’HIV, ecc…

Meno paura, ansia, rabbia e stress
La novità è che studi effettuati con la risonanza magnetica mostrano che dopo un corso di otto settimane di pratica di Mindfulness, l’amigdala sembra ridursi. Questa regione primordiale del cervello gestisce le emozioni, in particolar modo la paura, e partecipa all’avvio della risposta del corpo allo stress e agli eventi che ci procurano una reazione di tipo “lotta o fuga”. E cioè quando ci troviamo davanti al pericolo, sia reale che immaginato, abbiamo tendenzialmente due tipi di risposta possibile: affrontare e combattere o scappare. L’amigdala è fondamentale per la nostra sopravvivenza e lo è stata soprattutto alle origini dell’uomo, quando era frequente trovarsi di fronte a pericoli che mettevano a rischio l’incolumità fisica della persona. Ora non è più così facile trovarsi ad affrontare situazioni così pericolose, ma spesso la nostra amigdala si attiva come se lo fosse (vedi ansia e attacchi di panico).

Se l’amigdala si restringe, la corteccia pre-frontale – associata alle funzioni cerebrali di ordine superiore, quali la consapevolezza, la concentrazione e il processo decisionale – diventa più spessa e funziona meglio. Cambia anche la connettività fra queste due regioni, ovvero quanto spesso tali aree del cervello vengono attivate insieme. Quindi, il collegamento tra l’amigdala e il resto del cervello diventa più debole, mentre le connessioni tra aree associate con attenzione e concentrazione diventano più forti. Nel concreto, questo comporta una minore risposta esagerata alle emozioni, in particolare alla paura e alla rabbia, e una migliore capacità di gestione della situazione grazie alle funzioni di attenzione, concentrazione e presa di decisione della corteccia pre-frontale.

“La minor connessione della nostra mente dal suo “centro di stress”, l’amigdala, sembra dare origine ad una serie di benefici fisici e mentali per la salute”, dice Adrienne Taren, una ricercatrice che studia la consapevolezza presso l’Università di Pittsburgh.
“In altre parole, le nostre risposte più primordiali allo stress sembrano essere sostituite da principi più riflessivi e funzionali. Non sto dicendo che la Mindfulness può curare l’HIV o prevenire le malattie cardiache. Ma mostriamo una riduzione dei biomarcatori di stress e di infiammazioni. Marcatori come le proteine C-reattiva, l’interleuchina 6 e cortisolo. – che sono tutti associati alle malattie.”

Meno dolore
Le cose si fanno ancora più interessanti quando i ricercatori studiano chi che prova dolore fisico e pratica regolarmente la Mindfulness. Meditatori di livello avanzato riferiscono di sentire significativamente meno dolore rispetto ai non meditatori. Eppure le scansioni del cervello mostrano un po’ più di attività in aree associate con il dolore rispetto ai non meditatori. Anche in questo caso, due regioni che si collegano in modo funzionale, la corteccia cingolata anteriore (associata con la sgradevolezza del dolore) e parti della corteccia prefrontale, sembrano diventare “disaccoppiati” in coloro che praticano la meditazione e la consapevolezza.
Sembra che i praticanti della piena consapevolezza, anche quando non stavano meditando, siano stati in grado di rimuovere o ridurre la resistenza e la lotta alla stimolazione dolorosa – e quindi la natura stressante di essa – alterando la connettività tra due regioni del cervello che sono normalmente in comunicazione tra di loro. Joshua Grant, studioso dell’Istituto Max Plank delle Scienze cognitive e cerebrali di Lipsia, in Germania afferma “Certamente non sembrano aver bloccato l’esperienza. Piuttosto, sembra che si siano astenuti dall’impegnarsi a lottare con il dolore o a rimuginarci sopra, processi che la rendono dolorosa.”

Sentirsi Zen
Poiché il cambiamento cerebrale che avviene nei meditatori esperti non era presente solo durante la meditazione, bensì era divenuto costante, allora è facile capire che l’effetto di diminuzione del dolore, dell’ansia e dello stress non è qualcosa che si ottiene solo in determinati momenti, lavorando su se stessi come per raggiungere uno stato di trance. Piuttosto, sembra essere una trasformazione permanente nella percezione del dolore, della paura, della rabbia ecc. Questo modo di pensare diventa di default, automatico e non richiede nessuna concentrazione o atto volontario.

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