Essere gifted aumenta il rischio di sofferenza psicologica? Cosa dicono gli studi più recenti

Essere gifted aumenta il rischio di sofferenza psicologica?
Cosa dicono gli studi più recenti

Quando un adulto scopre di essere gifted, molte esperienze possono acquistare improvvisamente un significato nuovo: la sensazione di essere diverso, il bisogno di capire in profondità, la noia in ambienti poco stimolanti, la difficoltà a trovare interlocutori con cui sentirsi davvero in sintonia.

Insieme al riconoscimento può però comparire una domanda preoccupante: essere gifted significa essere più esposti ad ansia, depressione, solitudine o altre forme di sofferenza psicologica?

Online si incontrano risposte molto nette. Da una parte, la giftedness viene descritta quasi come una condizione inevitabilmente dolorosa; dall’altra, l’intelligenza elevata viene presentata come una risorsa capace di proteggere da qualsiasi difficoltà. Le ricerche più recenti restituiscono un quadro più complesso e, proprio per questo, più utile.

Due studi in particolare ci aiutano a comprenderlo:

  • una ricerca longitudinale britannica che ha seguito migliaia di persone dall’infanzia fino ai 50 anni;
  • uno studio condotto su adulti canadesi identificati professionalmente come gifted, dedicato ai fattori associati al loro benessere.

Nel complesso, i risultati suggeriscono che la giftedness, da sola, non è una spiegazione sufficiente né della salute mentale né del disagio. Contano l’interazione con l’ambiente, le relazioni, le opportunità di utilizzare le proprie capacità e l’eventuale presenza di altre neurodivergenze.

Intelligenza elevata e salute mentale nel corso della vita

Lo studio di Czerwiński, Atroszko e Konarski ha utilizzato i dati del British Cohort Study 1970, un grande progetto longitudinale rappresentativo della popolazione britannica. L’intelligenza era stata valutata a 10 anni; diversi indicatori di salute mentale sono stati poi rilevati a 16, 26, 30, 34, 42, 46 e 50 anni. A seconda dell’età e delle misure disponibili, le analisi comprendevano fra 2.870 e 7.984 partecipanti (Czerwiński et al., 2025).

Gli autori volevano verificare una possibilità precisa: anche se l’intelligenza è generalmente associata a esiti favorevoli, questa relazione potrebbe cambiare ai livelli estremamente elevati? In altre parole, potrebbe esistere una soglia oltre la quale i vantaggi si riducono o compaiono problemi specifici?

I risultati mostrano che i modelli non lineari descrivono generalmente i dati meglio di una semplice relazione lineare. In termini accessibili, il rapporto tra intelligenza e salute mentale non sembra riassumibile con una formula del tipo “più intelligenza uguale più benessere” oppure “più intelligenza uguale più sofferenza”.

Nel complesso, le persone con intelligenza elevata mostravano livelli di salute mentale potenzialmente uguali o migliori rispetto alle persone con intelligenza media. Agli estremi superiori potevano tuttavia emergere andamenti differenti per alcuni indicatori. Gli autori formulano quindi una conclusione prudente: le persone con intelligenza molto elevata potrebbero incontrare difficoltà peculiari, senza che ciò implichi necessariamente una salute mentale complessivamente peggiore (Czerwiński et al., 2025).

Che cosa significa davvero questo risultato?

Lo studio non dimostra che un QI molto elevato causi sofferenza. Non identifica nemmeno quali esperienze producano le variazioni osservate agli estremi della distribuzione.

Possiamo ipotizzare — ma non ricavare direttamente da questa ricerca — che in alcuni casi intervengano fattori come:

  • la scarsità di ambienti adeguatamente stimolanti;
  • la difficoltà a trovare persone con interessi o modalità di ragionamento affini;
  • aspettative elevate ricevute dagli altri o rivolte verso se stessi;
  • una forte discrepanza tra capacità possedute e possibilità concrete di utilizzarle;
  • l’interazione con ADHD, autismo, disturbi dell’apprendimento o altre condizioni.

Queste sono possibili spiegazioni cliniche, non conclusioni dello studio. La ricerca ci permette però di respingere l’equazione semplicistica secondo cui la giftedness sarebbe, in sé, una forma di vulnerabilità psicologica.

Che cosa favorisce il benessere degli adulti gifted?

Lo studio di Poirier, Brault-Labbé e Brassard ha affrontato la questione da una prospettiva diversa. Invece di chiedere soltanto se gli adulti gifted stessero meglio o peggio della popolazione generale, ha cercato di individuare quali condizioni individuali e ambientali fossero associate al loro benessere.

La ricerca ha coinvolto 219 adulti franco-canadesi. Per partecipare era necessario essere stati valutati e identificati come intellettualmente gifted da uno psicologo o neuropsicologo qualificato. Gli autori hanno considerato diverse dimensioni: soddisfazione di vita, emozioni positive e negative, significato, crisi di significato, qualità delle connessioni interpersonali e presenza autoriferita di diagnosi relative alla salute mentale (Poirier et al., 2025).

Hanno inoltre esaminato alcuni possibili fattori di rischio e protezione, tra cui:

  • livello di giftedness;
  • twice exceptionality;
  • supporto familiare e lavorativo;
  • situazione relazionale;
  • istruzione e reddito;
  • presenza di familiari gifted;
  • percezione di riuscire a realizzare il proprio potenziale intellettuale.

Essere “più gifted” non significava stare peggio

Un primo risultato importante è che gli adulti altamente gifted non mostravano una salute mentale o un benessere peggiori rispetto agli altri partecipanti gifted. L’idea secondo cui livelli cognitivi più estremi produrrebbero automaticamente maggiore fragilità non è quindi sostenuta da questo campione.

La “doppia eccezionalità” sembra contare più del livello di QI

I partecipanti twice-exceptional — gifted e contemporaneamente portatori di un’altra condizione — avevano una probabilità quasi doppia di riferire almeno una diagnosi di salute mentale rispetto ai partecipanti gifted non twice-exceptional. Nello studio, l’odds ratio era pari a 1,88 (Poirier et al., 2025).

Questo dato richiede cautela. Non significa che la doppia eccezionalità provochi necessariamente un disturbo psicologico, né che tutti i gifted con ADHD, autismo o disturbi dell’apprendimento siano destinati a stare male. Suggerisce invece che, quando una persona gifted presenta difficoltà significative, può essere importante non attribuire tutto all’elevata intelligenza e considerare l’eventuale presenza di altre condizioni.

Capacità elevate e difficoltà possono infatti mascherarsi reciprocamente. Una persona può compensare a lungo un ADHD grazie alle proprie risorse cognitive, oppure ottenere risultati medi nonostante un potenziale elevato perché le difficoltà esecutive ne ostacolano l’espressione. In entrambi i casi, limitarsi all’etichetta “gifted” rischia di lasciare invisibile una parte essenziale del funzionamento.

Poter utilizzare il proprio potenziale è associato al benessere

Uno dei risultati più consistenti riguardava la percezione di realizzare il proprio potenziale. Questa risultava associata a:

  • maggiore soddisfazione di vita;
  • più emozioni positive;
  • maggiore senso di significato;
  • migliori connessioni interpersonali;
  • meno emozioni negative;
  • minore crisi di significato.

Fra le associazioni osservate, quella con la soddisfazione di vita era particolarmente elevata (r = .61), mentre la relazione con la crisi di significato era negativa (r = −.55). Le associazioni rimanevano significative anche dopo una correzione statistica conservativa per i confronti multipli (Poirier et al., 2025).

È importante non trasformare questo risultato in un nuovo obbligo: realizzare il proprio potenziale non significa dover essere eccezionali, produttivi o visibilmente brillanti.

Per una persona può voler dire svolgere un lavoro complesso; per un’altra avere tempo per studiare, creare o coltivare interessi; per un’altra ancora costruire relazioni profonde, contribuire a una comunità o vivere in modo coerente con i propri valori. Il concetto diventa problematico quando viene tradotto in “devo dimostrare quanto valgo”.

Lo studio rileva un’associazione, non una direzione causale. È possibile che utilizzare le proprie capacità favorisca il benessere, ma anche che chi sta meglio abbia maggiore energia e possibilità di esprimerle. Probabilmente i due processi possono rinforzarsi reciprocamente.

Anche le relazioni hanno un peso

Il supporto familiare era associato a maggiore soddisfazione di vita, qualità delle connessioni e senso di significato. Essere sposati o in un’unione civile risultava inoltre associato a esiti migliori rispetto all’essere single, soprattutto per soddisfazione di vita, affettività positiva e connessione interpersonale. Dopo le correzioni statistiche, non tutte le differenze inizialmente osservate restavano però ugualmente solide (Poirier et al., 2025).

Il punto non è che una relazione di coppia costituisca una condizione necessaria per il benessere. Il risultato segnala piuttosto l’importanza di poter contare su relazioni nelle quali sentirsi compresi, riconosciuti e sufficientemente liberi di esprimere la propria complessità.

Un dato da non interpretare come prevalenza

Il 57,5% dei partecipanti allo studio canadese riferiva almeno una diagnosi relativa alla salute mentale. Preso isolatamente, il numero può sembrare la conferma di una forte vulnerabilità degli adulti gifted. Non è una conclusione metodologicamente corretta.

Il campione era volontario e reclutato anche attraverso organizzazioni, reti e canali sociali dedicati alla giftedness. Le persone interessate al tema o già alle prese con difficoltà possono essere più motivate a partecipare. Inoltre, le diagnosi erano autoriferite e mancava un gruppo di controllo rappresentativo.

Il 57,5% descrive quindi quel particolare campione: non indica la percentuale di disturbi mentali presente nella popolazione complessiva degli adulti gifted.

Questa distinzione aiuta anche a capire perché le ricerche sulla giftedness sembrino talvolta contraddirsi. Gli studi di popolazione, i campioni Mensa, i gruppi clinici e le persone reclutate attraverso associazioni rappresentano popolazioni differenti. Non possiamo trasferire automaticamente i risultati dall’una all’altra.

Dalla domanda “la giftedness fa soffrire?” a domande più utili

Le ricerche considerate suggeriscono di abbandonare una domanda troppo generale:

Essere gifted fa stare bene o fa stare male?

Possiamo sostituirla con domande più precise:

  • In quali ambienti questa persona riesce a funzionare bene?
  • Ha abbastanza complessità, autonomia e possibilità di apprendimento?
  • Può utilizzare capacità e interessi importanti per lei?
  • Si sente riconosciuta nelle relazioni significative?
  • Esiste una discrepanza dolorosa tra ciò che potrebbe fare e ciò che il contesto le permette?
  • Sono presenti ADHD, autismo, difficoltà dell’apprendimento o altre condizioni non riconosciute?
  • Le aspettative legate al “potenziale” sono una risorsa oppure una fonte di vergogna e pressione?
  • La capacità di analizzare aiuta a elaborare l’esperienza o viene utilizzata per allontanarsi dalle emozioni?

Queste domande non presuppongono che tutte le persone gifted abbiano gli stessi bisogni. Aiutano invece a costruire una comprensione individuale.

Che cosa può significare nella vita quotidiana

1. Non attribuire ogni difficoltà alla giftedness

Ansia, esaurimento, disorganizzazione, sensibilità sensoriale o difficoltà relazionali meritano di essere comprese nel loro contesto. La giftedness può contribuire all’esperienza, ma non dovrebbe diventare una spiegazione capace di assorbire tutto.

2. Osservare la compatibilità con l’ambiente

Un lavoro troppo ripetitivo, relazioni nelle quali ci si sente costantemente costretti a semplificarsi o l’assenza di spazi per interessi significativi possono produrre frustrazione. Ciò non significa che ogni disagio si risolva cambiando ambiente, ma che il rapporto tra persona e contesto merita attenzione.

3. Distinguere realizzazione e prestazione

Realizzarsi non equivale a sfruttare ogni capacità, raggiungere il massimo risultato o soddisfare le aspettative costruite nell’infanzia. Una vita sufficientemente ricca e coerente può includere anche limiti, riposo, relazioni e attività prive di riconoscimento esterno.

4. Considerare la possibile doppia eccezionalità

Se esiste una forte discrepanza tra capacità e funzionamento quotidiano, oppure una storia di compensazioni faticose, può essere utile approfondire l’eventuale presenza di altre neurodivergenze con professionisti competenti. Non per accumulare etichette, ma per comprendere meglio bisogni e strategie.

5. Non confondere comprensione intellettuale e benessere

Capire perfettamente l’origine di un problema non significa necessariamente averlo elaborato. Un adulto gifted può possedere una comprensione sofisticata delle proprie dinamiche e, al tempo stesso, avere bisogno di sperimentare nuove modalità emotive, relazionali e comportamentali.

In sintesi

Gli studi più recenti non confermano che la giftedness sia, di per sé, una causa generale di sofferenza psicologica. Un’intelligenza elevata è compatibile con una buona salute mentale e può rappresentare una risorsa.

Questo non rende invisibili le difficoltà reali di molti adulti gifted. Suggerisce però di cercarne le origini nell’interazione tra più elementi:

  • profilo cognitivo;
  • ambiente;
  • storia personale e relazionale;
  • opportunità di esprimere capacità e valori;
  • supporto disponibile;
  • eventuali neurodivergenze concomitanti.

La giftedness non è una condanna al disagio e non è nemmeno una garanzia di benessere. È una parte del funzionamento della persona: per comprenderne il significato bisogna osservare la vita nella quale quel funzionamento si è sviluppato.

Nota: questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione psicologica o diagnostica individuale.

Riferimenti

Czerwiński, S. K., Atroszko, P. A., & Konarski, R. (2025). Mental health of intellectually gifted individuals: Investigating the nonlinearity of the relationship between intelligence and general mental health. Health Psychology Report, 13(1), 39–54. https://doi.org/10.5114/hpr/187337

Poirier, J., Brault-Labbé, A., & Brassard, A. (2025). Living with the gift of giftedness: An exploratory study on the well-being of intellectually gifted adults. Journal for the Education of the Gifted, 69(4), 367–385. https://doi.org/10.1177/00169862251347293