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Dott.ssa Chiara Rossi Urtoler

Andare in pensione

Si passano spesso gli anni lavorativi sognando il giorno in cui si andrà in pensione, immaginando che saranno finalmente giorni migliori, pieni di energia e di buon umore.

In realtà, purtroppo talvolta non è così e ci si trova a dover fare i conti con la delusione delle proprie aspettative di benessere e a vivere con maggior difficoltà la vita quotidiana, accusando dolori e disturbi, pensieri ed emozioni negative.

 

Problemi e sintomi:

  • noia
  • tristezza
  • irritabilità
  • mancanza di interesse e motivazione
  • stanchezza fisica e mentale
  • svalutazione di sé e sentimenti di inutilità
  • affaticamento
  • problemi del sonno
  • aumento o diminuzione dell’appetito
  • fumare o bere di più
  • cali di memoria e di attenzione
  • senso di colpa
  • aumento di acciacchi fisici e problemi
    di digestione o intestinali

 

Pensieri più frequenti:

  • “non so cosa fare oggi”
  • “non riesco più bene come un tempo”
  • “sono un buono a nulla”
  • “non sono più apprezzato come prima”
  • “non interesso a nessuno”
  • “non mi interessa niente e nessuno”
  • “non ho le forze per uscire a fare le cose di prima”
  • “gli altri non possono capire”
  • “in famiglia presto nessuno mi darà più retta”
  • “perderò gli amici e le conoscenze che avevo”
  • “mi sento inutile”

Chi, fra i neo-pensionati, presenta alcuni o molti di questi sintomi e pensieri per la maggior parte del tempo potrebbe soffrire di una forma di depressione reattiva, in quanto il pensionamento può rappresentare una notevole perdita che per certi aspetti è paragonabile al lutto, al licenziamento o alla fine di una relazione.

Infatti, terminando definitivamente la propria attività lavorativa, viene a mancare una delle occupazioni per cui si impiegava la maggior parte delle ore del giorno nella vita della persona, la quale si trova ad avere a disposizione molto tempo che non sempre sa come occupare. O comunque tempo che non sempre riesce ad impiegare in attività che diano senso di utilità, padronanza ed efficacia, come spesso il lavoro invece sa dare.

Oltre il fatto concreto del cambiamento delle attività nella vita quotidiana, c’è da considerare anche l’aspetto psicologico del cambiamento nel senso d’identità: la persona che lavora spesso “è” il lavoro che fa. Infatti, spesso capita di presentarsi dicendo ad esempio “sono un’insegnante”, “sono un impiegato”, “sono uno studente di lingue”, “sono un ingegnere”, “sono una commerciante”, “sono un operaio”, “sono una parrucchiera”, “sono un poliziotto” ecc…

Spesso ci percepiamo e descriviamo per quello che facciamo, quindi, quando smettiamo un’attività preponderante come il lavoro, possiamo trovarci spaesati, privati di un ruolo a cui eravamo abituati e non vederci più come ci vedevamo prima. In questi casi se non sono già presenti altri ruoli o altre attività percepite come importanti per noi stessi e con le quali già ci identifichiamo, almeno in parte, potremmo sentirci incompleti, poco utili, senza gli scopi che avevamo prima e quindi demotivati.
Sensazioni come queste sono quindi normali e accettabili per qualsiasi persona vada in pensione, a patto che il disagio non sia troppo intenso e duraturo e la persona non arrivi gradualmente a percepire un cambiamento eccessivo nella sua quotidianità, nel suo umore, nel suo funzionamento e nelle relazioni con gli altri.

In questo caso, allora, sarebbe sicuramente utile un incontro con uno psicologo che possa aiutare la persona a rimettersi in carreggiata, ad adattarsi al cambiamento, a far rinascere scopi e motivazioni personali, a riscoprire attività che producano soddisfazione e senso di efficacia, ad insegnare strategie per migliorare l’umore e i rapporti con gli altri.

 

Per un approfondimento sulle caratteristiche del post-pensionamento e sulle indicazioni per prevenire la “depressione da pensione” è possibile leggere l’articolo “Quando pensione vuole dire depressione”.