«Chiara, mi sembra di avere un motore da Formula 1, ma mi sento perennemente in ritardo, inadeguato e con il freno a mano tirato. Le persone mi dicono che sono troppo intenso, che penso troppo, che mi preoccupo troppo. Eppure, nonostante i risultati che ottengo, io mi sento un truffatore. Sento che prima o poi tutti scopriranno che non sono poi così capace».

Questa è una frase che ascolto molto spesso nel mio studio, specialmente quando lavoro con adulti plusdotati (o gifted). È una confessione che arriva quasi sempre accompagnata da un profondo senso di stanchezza e vergogna. Se ti riconosci in queste parole, voglio rassicurarti subito su un punto fondamentale: non sei rotto e non c’è nulla di sbagliato in te. Stai semplicemente sperimentando uno dei paradossi più faticosi della neurodivergenza: la convivenza forzata tra un’intensità interiore straripante e la costante sensazione di non essere mai abbastanza.
Il paradosso del gifted: sentire tutto, non sentirsi mai all’altezza
Quando parliamo di plusdotazione negli adulti, l’immaginario collettivo corre subito al genio della matematica o al professionista infallibile. La realtà clinica e vissuta è molto diversa. Essere gifted non significa solo avere un quoziente intellettivo elevato, ma possedere un sistema nervoso che elabora le informazioni — cognitive, emotive e sensoriali — in modo più rapido, profondo e complesso rispetto alla media.
Questo si traduce in quella che spesso viene vissuta come una maledizione: ti accorgi di tutto. Cogli le sfumature, anticipi i problemi, vedi le infinite variabili di ogni situazione. Questa iper-connessione mentale genera un’intensità che spesso spaventa gli altri («Sei troppo sensibile», «Prendi tutto troppo sul serio») e sfinisce te.
Ma ecco dove scatta la trappola della sindrome dell’impostore. Proprio perché la tua mente è in grado di concepire scenari perfetti, ideali e complessi, il risultato reale e concreto delle tue azioni ti sembrerà sempre mediocre rispetto alla vastità di ciò che avevi immaginato. L’asticella interna è posizionata a un’altezza inarrivabile. Di conseguenza, anche quando raggiungi un successo oggettivo, la tua mente ti sussurra: «Sì, ma potevi fare meglio. Hai fatto solo il minimo. Se sapessero quanto hai faticato, capirebbero che non sei un vero talento».
Perché la mente ci boicotta? Lo sguardo della CFT e dell’ACT
Per capire come uscire da questo labirinto emotivo, nel mio lavoro integro due approcci molto potenti: l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e la Compassion Focused Therapy (CFT). Insieme, ci offrono una mappa chiara di cosa accade nel tuo cervello.
Secondo il modello della Compassion Focused Therapy, noi esseri umani possediamo tre sistemi principali di regolazione delle emozioni: il sistema di minaccia (che ci protegge dai pericoli), il sistema di ricerca dei risultati (che ci spinge ad agire e raggiungere obiettivi) e il sistema di calmamento (che ci fa sentire al sicuro, connessi e in pace).
Negli adulti gifted che soffrono di sindrome dell’impostore, c’è un profondo sbilanciamento. Il sistema di minaccia è perennemente acceso: la mente percepisce l’errore, l’imperfezione o il giudizio altrui come un pericolo mortale per la propria identità. Per difendersi da questa minaccia, si iper-attiva il sistema di ricerca: lavori di più, controlli ogni dettaglio, cerchi di anticipare ogni critica. Il risultato? Un esaurimento cronico, perché il terzo sistema, quello del calmamento e dell’auto-rassicurazione, è completamente spento.
L’ACT ci mostra come, in questo stato di allarme, finiamo per «fonderci» con i nostri pensieri. Quando la mente produce il pensiero «Sono un incapace e mi scopriranno», noi non lo guardiamo come una semplice stringa di parole generata da un cervello spaventato, ma lo prendiamo come una verità assoluta e inconfutabile.
La compassione come antidoto all’intensità giudicante
Molte persone brillanti credono che l’autocritica feroce sia il segreto del loro successo. Pensano: «Se smetto di darmi addosso, diventerò pigro e mediocre». In realtà, l’autocritica costante consuma enormi quantità di energia mentale che potresti usare per creare, vivere e goderti i tuoi traguardi.
È qui che la CFT interviene per «scaldare» l’ACT. Non basta dirti razionalmente «Ok, questo è solo un pensiero, lo accetto e vado avanti». Un sistema nervoso iper-attivato e spaventato non si calma con la logica. Ha bisogno di calore, di validazione emotiva, di quella che chiamiamo una «mente compassionevole».
Sviluppare la compassione per se stessi non significa compatirsi o giustificarsi. Significa avere il coraggio di guardare la propria sofferenza — la fatica di sentirsi sempre fuori posto, l’ansia di dover dimostrare il proprio valore — e decidere di trattarsi con la stessa gentilezza e saggezza che riserveremmo a un caro amico in difficoltà.
Esempi pratici nella vita quotidiana
Immagina di dover inviare un’email importante per un progetto a cui tieni molto. La scrivi, la rileggi, cambi tre parole. Poi la rileggi ancora. Il tuo cervello gifted vede dodici modi in cui il destinatario potrebbe fraintendere il tono. L’ansia sale. La voce dell’impostore dice: «Se fossi davvero competente, sapresti scriverla al primo colpo».
Un approccio basato su ACT e CFT ti invita a cambiare radicalmente la tua risposta a questo momento.
Invece di fonderti con l’ansia o cercare di sopprimerla, puoi fermarti. Puoi notare fisicamente la tensione nel petto. Puoi dire a te stesso: «Ecco il mio sistema di minaccia che si attiva. La mia mente sta cercando di proteggermi dal fare brutta figura, perché questo progetto per me è importante. È normale che io mi senta così, la mia mente funziona in modo intenso e vede tanti dettagli. Ma non devo essere perfetto per essere utile».
Questo passaggio sposta l’attenzione dal contenuto del pensiero (l’email è perfetta?) al processo (come mi sto trattando in questo momento?). Ti permette di inviare quell’email imperfetta, scegliendo di muoverti verso ciò che per te ha valore (portare avanti il progetto), portando con te la tua ansia, ma senza farti guidare da essa.
Limiti e sfumature: quando serve un aiuto in più
È importante essere realisti. Leggere un articolo, per quanto possa offrire spunti di riflessione, non sostituisce un percorso terapeutico. Sviluppare una voce interiore compassionevole è estremamente difficile, specialmente se per tutta la vita hai usato il perfezionismo come scudo per sopravvivere in un mondo che non capiva la tua intensità.
Inoltre, l’approccio auto-diretto ha dei limiti. Se la sindrome dell’impostore ti sta portando al burnout lavorativo, se l’ansia interferisce pesantemente con il sonno o se il senso di inadeguatezza sfocia in sintomi depressivi, l’aiuto di un professionista diventa fondamentale. La terapia offre uno spazio sicuro dove il tuo sistema nervoso può imparare, attraverso la relazione terapeutica, a riattivare quel sistema di calmamento che da solo fatica ad accendersi.
Un piccolo piano d’azione per iniziare
Se vuoi iniziare a sperimentare un modo diverso di stare con la tua intensità, ti propongo un mini piano d’azione da provare nei prossimi giorni. Non richiede ore di meditazione, ma solo piccoli momenti di consapevolezza:
- Fai un check-in del tuo «motore»: Più volte al giorno, chiediti: «In quale sistema mi trovo ora? Sono in modalità minaccia (ansia, difesa), in modalità ricerca (fare, produrre) o in modalità calmamento (presenza, respiro)?» Solo notarlo è già un enorme passo avanti.
- Valida la tua intensità: Quando ti senti «troppo», prova a posare una mano sul petto e dì a te stesso: «Sento le cose con molta forza. È faticoso, ma ha senso che io mi senta così per come è fatto il mio cervello. Non c’è niente di sbagliato in me in questo momento».
- Scegli l’azione imperfetta: Ogni giorno, fai una piccola cosa in modo deliberatamente imperfetto, ma allineata ai tuoi valori. Invia un messaggio senza rileggerlo, lascia una tazza nel lavandino, esprimi un’opinione non completamente strutturata. Allena il muscolo della tolleranza all’imperfezione.
Essere gifted significa avere un mondo interiore vasto e tumultuoso. Non devi rimpicciolirlo per farlo stare nelle aspettative altrui, e non devi punirti perché non riesci a controllarlo perfettamente. Puoi imparare a fargli spazio, con coraggio e, soprattutto, con immensa gentilezza verso te stesso.
Talvolta una consulenza con un esperto di neurodivergenze può essere d’aiuto in questo ambito.

