Comprendere le multieccezionalità (2e e 3e) negli adulti

Spesso, nel mio studio, si siedono persone adulte che mi guardano con un misto di frustrazione e stanchezza profonda. Mi dicono frasi come: “Chiara, so di essere una persona intelligente. Al lavoro risolvo problemi complessi che gli altri non sanno da che parte prendere. Eppure, mi perdo in un bicchiere d’acqua. Non riesco a organizzare la spesa, mi dimentico di pagare le bollette e, a volte, il mondo mi sembra semplicemente troppo rumoroso e opprimente. Mi sento rotto.”

Oppure: “Chiara, ho visto una serie tv l’altra sera. C’era questo personaggio… e per la prima volta ho pianto, perché ho pensato: ma quello sono io. Però io non sono un genio della fisica, né passo le giornate a smontare computer. Quindi, chi sono? Cosa c’è in me che non va?”.

Questa sensazione di essere un “alieno” nel mondo neurotipico è un’esperienza condivisa da moltissimi adulti neurodivergenti che sono cresciuti senza una bussola per comprendersi. I media, purtroppo, ci hanno nutrito per anni con stereotipi bidimensionali: il genio sociopatico, il bambino iperattivo che distrugge la classe, l’esperto di treni incapace di guardarti negli occhi. Ma la realtà clinica e umana è infinitamente più ricca, sfumata e complessa.

Questa sensazione di vivere costantemente su un’altalena, divisi tra capacità significative e blocchi inspiegabili, non è quasi mai il segno di una mancanza di volontà o di un difetto del carattere. Molto spesso, dietro questa narrazione di sé come persone “intelligenti ma pigre” o “troppo intense”, si nasconde una realtà neurobiologica ben precisa: la multieccezionalità.

Che cosa significa essere multieccezionali?

In psicologia clinica e neuropsicologia, quando parliamo di eccezionalità non diamo un giudizio di valore, ma descriviamo una deviazione significativa dalla norma statistica. Tradizionalmente, l’alto potenziale cognitivo (o plusdotazione) viene considerato un’eccezionalità. Ma cosa succede quando un cervello ad alto potenziale ospita anche altre traiettorie di sviluppo atipiche?

È qui che entrano in gioco i concetti di 2e (Twice-Exceptional, doppiamente eccezionali) e 3e (Thrice-Exceptional, triplamente eccezionali).

Una persona 2e è un individuo che possiede un alto potenziale cognitivo (giftedness) unito a una neurodivergenza o a un disturbo specifico. Può trattarsi, ad esempio, di alto potenziale combinato con ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), oppure con l’Autismo, o ancora con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (come la dislessia).

Il profilo 3e aggiunge un ulteriore livello di complessità. Parliamo di persone che presentano l’alto potenziale cognitivo intrecciato a ben due altre condizioni. Un esempio classico è un adulto con alto potenziale, ADHD e dislessia. Oppure alto potenziale, Autismo e un disturbo dell’elaborazione sensoriale o un disturbo d’ansia generalizzato strutturato.

Oggi vorrei usare alcuni esempi tratti dalla letteratura, dal cinema e dalla realtà non per assegnare etichette definitive, ma per darvi un’infarinatura di come si manifestano Plusdotazione (Giftedness), Autismo e ADHD. E, soprattutto, esploreremo cosa accade quando queste caratteristiche si intrecciano, creando quei profili affascinanti che in neuropsicologia chiamiamo “doppia” o “tripla eccezionalità”.

La Plusdotazione (Giftedness): un’intensità che brucia

Quando parliamo di plusdotazione, l’errore più comune è pensare esclusivamente a un Quoziente Intellettivo elevato o al successo accademico e lavorativo. In realtà, la giftedness è prima di tutto un modo diverso di processare il mondo: più veloce, più profondo, più intenso.

Pensiamo a Sherlock Holmes. Al di là delle sue incredibili capacità deduttive, ciò che rende Holmes un perfetto esempio di mente gifted è la sua fame inesauribile di stimoli cognitivi complessi e la sua profonda insofferenza per la noia. Quando la sua mente non è ingaggiata in un problema all’altezza delle sue capacità, Holmes va in crisi, diventa irrequieto, quasi autodistruttivo. Molti adulti plusdotati vivono esattamente questo: una mente che corre come una Ferrari, ma costretta a viaggiare nel traffico cittadino. Sperimentano un’intensità emotiva e intellettuale che gli altri spesso etichettano come “esagerata” o “troppo”.

L’Autismo: un sistema operativo differente

L’autismo non è un errore di sistema, ma un sistema operativo diverso. Riguarda il modo in cui il cervello elabora le informazioni sensoriali, gestisce le interazioni sociali e si appassiona agli interessi.

Prendiamo un esempio reale e luminoso: Temple Grandin. La sua storia ci mostra come l’autismo possa tradursi in una capacità straordinaria di pensare per immagini e di notare dettagli che sfuggono alla maggioranza. Ma ci mostra anche la fatica sensoriale: luci, rumori e consistenze possono essere percepiti come fisicamente dolorosi.

Nella letteratura di fantascienza contemporanea, un personaggio amatissimo dalla comunità autistica è Murderbot (dalla serie The Murderbot Diaries). Perché? Perché rappresenta magistralmente l’esaurimento sociale. Murderbot è iper-competente, ma trova le interazioni umane estenuanti, non sa mai bene cosa dire per risultare “normale” e il suo più grande desiderio è ritirarsi a guardare i suoi media preferiti in solitudine per ricaricarsi. Molti adulti autistici mascherano (il cosiddetto masking) le proprie fatiche sociali per tutta la giornata lavorativa, per poi crollare esausti sul divano la sera.

L’ADHD: il motore sempre acceso, ma senza freni

L’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) negli adulti raramente si manifesta con il bisogno di saltare sulle sedie. Si tratta piuttosto di una disregolazione delle funzioni esecutive: la capacità di pianificare, iniziare un compito noioso, gestire il tempo e regolare le emozioni.

Un esempio calzante (e spesso citato) è quello di attori vulcanici come Dan Aykroyd, o, spostandoci nella narrativa, l’energia caotica di personaggi che passano da una disattenzione totale a un iperfocus assoluto quando qualcosa li appassiona. L’adulto con ADHD vive spesso in un presente continuo: se una cosa non è qui e ora, o non è estremamente stimolante, il cervello fatica a darle priorità. Questo porta a dimenticanze, progetti iniziati e mai finiti, ma anche a una creatività esplosiva e a una capacità di pensare fuori dagli schemi (il cosiddetto pensiero divergente) che è preziosissima.

Quando i mondi si incontrano: la Doppia Eccezionalità (2e)

Cosa succede se una persona possiede un’intelligenza molto superiore alla media (Giftedness) ma è anche autistica per esempio? Entriamo nel campo della doppia eccezionalità (2e). È qui che le cose si fanno complicate, perché una caratteristica maschera l’altra.

L’esempio perfetto è Beth Harmon, la protagonista de La Regina degli Scacchi. Beth è innegabilmente gifted: la sua mente vede schemi complessi sulla scacchiera con una velocità impressionante caratteristiche della plusdotazione. Ma Beth presenta anche chiari tratti autistici: fatica a decodificare le regole sociali non scritte, ha un interesse assorbente e totalizzante (gli scacchi) che usa per dare ordine a un mondo caotico, e mostra rigidità e difficoltà nella regolazione emotiva.

Prendiamo un esempio di vita reale Marco, un mio paziente con un classico profilo 2e (Alto potenziale e ADHD). Marco è un architetto brillante. Riesce a visualizzare interi progetti in 3D nella sua mente e trova soluzioni strutturali a cui nessuno aveva pensato. Ma la sua scrivania è un caos indescrivibile, perde continuamente le chiavi e, se non ha una scadenza imminente (che gli fornisce la dopamina necessaria per agire), non riesce a iniziare nemmeno il disegno più semplice. Marco ha passato la vita a sentirsi dire: “Sei così intelligente, se solo ti applicassi di più…”

Negli adulti 2e, l’alta intelligenza viene spesso usata per compensare le fatiche sociali o sensoriali dell’autismo o le sfide e difficoltà dell’ADHD. Imparano a “studiare” il comportamento umano come fosse una lingua straniera. Il risultato? Dall’esterno sembrano funzionare benissimo, ma all’interno vivono un perenne stato di allerta e affaticamento.

Il caos perfetto: la Tripla Eccezionalità (3e)

Esiste poi la tripla eccezionalità (3e), ad esempio la combinazione di Plusdotazione, Autismo e ADHD. Immaginate di avere una mente brillante che ha bisogno di routine ferree e prevedibilità per sentirsi al sicuro (Autismo), ma che contemporaneamente è spinta da un bisogno impulsivo di novità e stimoli costanti, con una totale incapacità di mantenere l’ordine (ADHD).

È un tiro alla fune continuo. L’ADHD sabota le routine di cui l’Autismo ha disperatamente bisogno. La Plusdotazione osserva questo caos interno, lo analizza e spesso genera un forte senso di colpa: “Sono così intelligente, perché non riesco a pagare una bolletta in tempo o a mantenere in ordine la casa?”.

Poi c’è Elena, un profilo 3e (Alto potenziale, Autismo e Dislessia). Elena ha una capacità di analisi dei dati fuori dal comune, nota pattern che sfuggono a tutti. Tuttavia, leggere lunghi report scritti la sfinisce (dislessia) e l’ambiente open-space dell’ufficio, con luci al neon e chiacchiericcio costante, la porta regolarmente in sovraccarico sensoriale (autismo). Elena usa la sua intelligenza per “studiare” i colleghi e imitare i loro comportamenti sociali per non sembrare strana, ma torna a casa così esausta da non riuscire a parlare con il suo partner.

Il paradosso del mascheramento: perché è così difficile capirlo?

Distinguerle non è per nulla semplice, né per chi le vive né per i clinici non specializzati. Il motivo principale risiede in quello che in neuropsicologia chiamiamo effetto di mascheramento reciproco.

La giftedness agisce come un potente ammortizzatore: compensa le difficoltà esecutive dell’ADHD o maschera le fatiche sociali dell’Autismo attraverso un’attenta (ed estenuante) analisi razionale delle interazioni umane. D’altro canto, le fatiche legate alla neurodivergenza nascondono l’alto potenziale: la persona potrebbe avere performance lavorative o accademiche discontinue, passando inosservata o venendo etichettata come “svogliata”.

Il risultato? Le due eccezionalità si annullano a vicenda agli occhi del mondo esterno, ma generano un attrito interno devastante, che spesso sfocia in burnout, ansia o depressione in età adulta.

Lo sguardo delle neuroscienze: cime altissime e valli profonde

Se potessimo osservare il funzionamento neuropsicologico di un adulto multieccezionale, non vedremmo un profilo piatto o leggermente ondulato, ma un paesaggio fatto di cime altissime e valli profonde.

Le neuroscienze ci mostrano che questi cervelli sono caratterizzati da uno sviluppo asincrono. Le aree cerebrali deputate al ragionamento astratto, al problem solving o all’elaborazione visuo-spaziale possono viaggiare a velocità straordinarie. Tuttavia, le funzioni esecutive (gestite principalmente dalla corteccia prefrontale) — ovvero quelle capacità che ci permettono di pianificare, inibire gli impulsi, gestire il tempo e organizzare i compiti — possono faticare a tenere il passo.

Non è un caso che una persona 2e o 3e possa scrivere un saggio accademico brillante in una notte, ma trovarsi paralizzata davanti alla necessità di compilare un semplice modulo burocratico.

Confrontare i profili: alcuni esempi

Per rendere questi concetti più concreti, trovi in tabella alcuni esempi (Nota bene: si tratta di generalizzazioni cliniche per facilitare la comprensione, ogni individuo è unico).

CaratteristicaAlto Potenziale (1e)Profilo 2e (es. APC + ADHD)Profilo 3e (es. APC + Autismo + DSA)
PerformanceSpesso elevate e costanti, se c’è motivazione.Altamente altalenanti. Picchi di iper-focus seguiti da stalli totali.Estremamente settoriali. Eccellenza in nicchie specifiche, blocchi severi in altre aree.
Sforzo percepitoBasso per compiti cognitivi, noia per compiti ripetitivi.Alto. L’intelligenza compensa la fatica esecutiva, portando a stanchezza cronica.Altissimo. Il sovraccarico cognitivo e sensoriale è una minaccia quotidiana.
Mondo emotivoIntensità emotiva, forte senso di giustizia.Frustrazione per il divario tra ciò che si sa fare e ciò che si riesce a produrre.Sensazione cronica di inadeguatezza, vulnerabilità al burnout autistico o ansia severa.

Limiti e sfumature: perché il fai-da-te non funziona

Arrivati a questo punto, può accadere di leggere queste descrizioni e pensare: “Ecco, sono io!”. La validazione che deriva dal riconoscersi in un profilo neurodivergente è un passaggio emotivo cruciale e liberatorio. Tuttavia, è fondamentale chiarire un limite importante: da soli è difficilissimo, se non impossibile, capire l’esatta natura della propria neurocomplessità.

I sintomi e le caratteristiche si intrecciano e sovrappongono in modi ingannevoli. Un trauma complesso può mimare i sintomi dell’ADHD. Un’ansia sociale severa può somigliare ad alcuni tratti autistici. L’alto potenziale stesso, con la sua intensità emotiva e le sue ipereccitabilità, può essere scambiato per ADHD o disturbo bipolare o borderline da occhi non esperti.

I test online, per quanto diffusi e a volte utili come spunto di riflessione, non hanno validità clinica. Non misurano lo sforzo che fate per ottenere un risultato, né indagano la vostra storia di sviluppo. Per districare questa matassa serve un occhio clinico allenato e strumenti standardizzati.

Il primo passo pratico: cosa fare ora?

Se leggendo questo articolo avete sentito risuonare qualcosa di profondo, il mio invito è quello di passare dalla consapevolezza all’azione, con gentilezza verso voi stessi.

  • Sospendete il giudizio: Iniziate a considerare l’ipotesi che le vostre fatiche non siano colpe morali, ma differenze di funzionamento neurologico.
  • Informatevi da fonti autorevoli: Leggete libri o articoli scritti da professionisti sulla neurodivergenza negli adulti, focalizzandovi sull’accettazione (come insegna l’approccio ACT) piuttosto che sulla “cura” di tratti che fanno parte di voi.
  • Chiedete aiuto specializzato: Non accontentatevi di una diagnosi frettolosa. Cercate professionisti (psicologi, psicoterapeuti o psichiatri) che abbiano una formazione specifica e aggiornata sulle multieccezionalità e sulla neurodivergenza in età adulta. Anche solo richiedere una consulenza esplorativa, o avviare un percorso di valutazione neuropsicologica, può fornirvi le chiavi di lettura necessarie per smettere di combattere contro il vostro cervello e iniziare a collaborarci.

Non siete “sbagliati” o “rotti”. Avete solo bisogno del libretto di istruzioni giusto per il vostro particolarissimo e complesso ecosistema mentale.