Quando l’Autismo è Mascherato: Spettro Autistico e Plusdotazione negli Adulti

«Dottoressa, io sul lavoro funziono benissimo. Risolvo problemi complessi in pochi minuti, analizzo dati che gli altri non capiscono e ho una carriera brillante. Ma quando torno a casa sono così svuotato che non riesco nemmeno a decidere cosa preparare per cena. Non capisco le dinamiche sociali informali, le chiacchiere alla macchinetta del caffè mi prosciugano. Mi sento un alieno che ha imparato a recitare benissimo la parte dell’umano, ma il costo energetico è devastante».

Questa è una delle narrazioni più frequenti che ascolto in studio da parte di adulti che, spesso per decenni, si sono portati dentro un senso di profonda diversità senza riuscire a dargli un nome. Il 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo, un’occasione fondamentale per parlare di inclusione e supporto. Tuttavia, quando pensiamo all’autismo, l’immaginario collettivo corre spesso ai bambini o a presentazioni cliniche molto evidenti e stereotipate.

Oggi, invece, vorrei accendere un faro su una realtà silenziosa e complessa: quella degli adulti autistici non riconosciuti perché presentano una multieccezionalità (doppia o tripla eccezionalità). Parliamo, in particolare, della doppia eccezionalità dovuta alla compresenza di autismo e plusdotazione cognitiva (spesso definita giftedness).

L’intelligenza come scudo e come maschera

Perché un bambino autistico arriva all’età adulta senza che nessuno – genitori, insegnanti, medici – si accorga della sua neurodivergenza? La risposta, in molti casi, risiede proprio nella plusdotazione. Le caratteristiche cognitive di tipiche della giftedness agiscono come un potente sistema di compensazione.

La persona gifted e autistica (2E) utilizza le proprie straordinarie risorse cognitive per analizzare, decodificare e imitare il comportamento sociale degli altri. È quello che in psicologia chiamiamo masking (mascheramento). Il cervello iper-funzionante impara le regole sociali non in modo intuitivo, ma come se stesse studiando un manuale di antropologia o un copione teatrale.

Da fuori, non si vede alcun deficit. Si vede una persona magari un po’ introversa, o al contrario molto brillante e verbosa, che ottiene ottimi risultati accademici o professionali. Ma il prezzo di questo adattamento forzato è un sovraccarico cognitivo e sensoriale continuo. La plusdotazione va a “mixare” e nascondere le rigidità autistiche, ma non le cancella. Il risultato? Un rischio altissimo di burnout autistico, stati depressivi o ansia cronica, derivanti dal dover costantemente performare una normalità che non appartiene loro.

Come si manifesta l’autismo nascosto: differenze tra uomini e donne

La doppia eccezionalità (Giftedness e Autismo) non si presenta in modo identico per tutti. Le aspettative sociali e culturali giocano un ruolo enorme nel plasmare il modo in cui l’autismo viene mascherato, creando differenze significative tra uomini e donne.

Negli uomini, l’autismo ad alto funzionamento associato a plusdotazione viene spesso tollerato o persino romanticizzato dalla società. Pensiamo allo stereotipo del “genio eccentrico”, del programmatore brillante ma solitario, o dell’ingegnere inflessibile. In questi casi, gli interessi assorbenti (tipici dell’autismo) coincidono spesso con la professione. L’uomo può apparire distaccato, avere difficoltà nella regolazione emotiva o mostrare una forte rigidità nelle routine, ma il suo successo lavorativo fa chiudere un occhio sulle sue fatiche relazionali. Il crollo avviene spesso nel privato, quando le relazioni intime richiedono una flessibilità emotiva che il copione logico non può fornire.

Nelle donne, la situazione è ancora più complessa e insidiosa. Le bambine e le donne subiscono una pressione sociale molto più forte verso la conformità, l’empatia e la cura delle relazioni. Una donna autistica e plusdotata è spesso una maestra del camuffamento. Usa la sua intelligenza per studiare le coetanee, imitare il tono di voce, il modo di vestire e persino il linguaggio del corpo. Spesso queste donne sviluppano interessi speciali legati proprio alla psicologia o alle dinamiche umane, diventando iper-empatiche (fino a esserne sopraffatte). Il sistema sanitario spesso le fraintende, diagnosticando loro erroneamente disturbi d’ansia, depressione cronica o disturbo borderline di personalità, non cogliendo che l’esaurimento è causato dallo sforzo titanico di nascondere i propri bisogni sensoriali e la propria natura.

Riconoscersi: tra realtà e cultura pop

Per comprendere meglio queste sfumature, può essere utile guardare ad alcuni esempi, tenendo presente che ogni persona è unica. Nella cultura pop, personaggi come Sheldon Cooper (The Big Bang Theory) o Sherlock Holmes (nella versione della BBC) mostrano tratti evidenti di plusdotazione unita a neurodivergenza, ma spesso in modo caricaturale e privo di masking.

Se cerchiamo rappresentazioni più sfumate di profili 2E, possiamo pensare a Beth Harmon de La Regina degli Scacchi: il suo talento straordinario (giftedness) si intreccia a una profonda difficoltà nella connessione sociale, a un iperfocus estremo e a una gestione complessa delle emozioni. Nella vita reale, figure come l’attore Anthony Hopkins o la comica Hannah Gadsby hanno ricevuto diagnosi di autismo in età adulta, dimostrando come si possa avere una carriera brillante e pubblica pur vivendo le fatiche di un sistema nervoso neurodivergente.

I vissuti interiori più comuni di un adulto 2E non diagnosticato includono:

  • La sindrome dell’impostore cronica: la sensazione che, se gli altri vedessero davvero quanta fatica fai per fare cose “normali”, scoprirebbero che sei un bluff.
  • L’hangover (postumi) sociale: il bisogno di stare al buio e in silenzio per ore o giorni dopo un’interazione sociale prolungata.
  • L’iper-empatia: contrariamente al falso mito secondo cui le persone autistiche non hanno empatia, molti adulti 2E provano un’empatia affettiva così intensa e soverchiante da doversi distaccare emotivamente per non crollare.

L’approccio terapeutico: dall’ACT alla Mindfulness

Quando un adulto scopre (o sospetta) questa doppia eccezionalità, il lavoro terapeutico non è orientato a “curare” l’autismo o la plusdotazione, poiché non sono malattie, ma neurotipi, ovvero modi diversi in cui il cervello è cablato.

Nella prospettiva della Terapia di Accettazione e Impegno (ACT) e della Mindfulness, il primo passo è la defusione. Per una vita intera, queste persone si sono etichettate come “sbagliate”, “rotte”, “troppo sensibili” o “pigre” (quando l’energia veniva a mancare). L’obiettivo è separarsi da queste etichette giudicanti e non lasciare che definiscano la persona e le sue azioni. Il secondo passo è la consapevolezza delle proprie caratteristiche di funzionamento neurologico e comportamentale. Attraverso la Mindfulness, impariamo a osservare i segnali del corpo prima che arrivi il crollo: riconoscere quando un ambiente è sensorialmente opprimente, o quando si sta dicendo “sì” a un impegno sociale solo per compiacere gli altri, ignorando la propria batteria interna ormai scarica.

Questo consente di avanzare verso il terzo passo: l’accettazione radicale del proprio funzionamento neurologico. Se so di avere un sistema nervoso che si sovraccarica facilmente, smetterò di giudicarmi perché non amo le feste affollate. E il quarto passo, sarà quello di usare le mie energie per ciò che conta davvero per me (i miei valori), imparando a mettere dei confini sani e a concedermi il diritto di riposare senza sensi di colpa.

L’accettazione profonda del proprio funzionamento permette di smettere di lottare contro se stessi. Non si tratta di rassegnazione, ma di lucidità: “Il mio cervello funziona così, ha risorse incredibili ma anche limiti precisi. Come posso costruire una vita che rispetti la mia natura?”

Attenzione alle etichette: i limiti dell’autodiagnosi

È fondamentale, a questo punto, fare una precisazione clinica importante. Oggi, grazie ai social media come TikTok o Instagram, si parla molto di neurodivergenza. Questo è un bene per la consapevolezza, ma porta con sé un rischio enorme: l’autodiagnosi superficiale.

Riconoscersi in un video di 60 secondi non equivale a una diagnosi. Molti tratti autistici si sovrappongono a sintomi derivanti da traumi complessi (CPTSD), dal Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD, che spesso coesiste con l’autismo), o dalla sola plusdotazione. Un trauma infantile, ad esempio, può generare un ritiro sociale e un’ipervigilanza che somigliano moltissimo al masking autistico. Ecco perché l’autodiagnosi non basta mai da sola.

Se leggendo queste parole hai sentito risuonare qualcosa di profondo, il mio consiglio non è quello di etichettarti da solo, ma di cercare professionisti esperti specificamente in neurodivergenza negli adulti e in Doppia Eccezionalità (2E). Una valutazione ben fatta non è un test a crocette, ma un percorso di esplorazione della tua storia di vita.

Limiti e sfide della valutazione diagnostica

È fondamentale, a questo punto, fare una precisazione clinica importante. Se ti riconosci in queste descrizioni, potresti sentire l’urgenza di cercare una diagnosi ufficiale. Tuttavia, il percorso di valutazione per gli adulti non è affatto semplice e presenta limiti oggettivi.

Non basta rivolgersi a un professionista della salute mentale qualsiasi. Molti psicologi e psichiatri sono formati per riconoscere l’autismo solo nelle sue manifestazioni cliniche tradizionali e infantili. Allo stesso modo, chi si occupa solo di plusdotazione potrebbe scambiare le rigidità autistiche per semplici “sovraccitabilità” tipiche dei gifted.

Per una valutazione accurata della multieccezionalità, è indispensabile rivolgersi a clinici o centri specializzati in neurodivergenze adulte complesse. Un approccio parziale rischia di invalidare l’esperienza della persona, aggiungendo ulteriore frustrazione. Inoltre, la diagnosi formale non è una bacchetta magica: è una mappa che ti aiuta a orientarti, ma il lavoro di ridefinizione della tua vita e dei tuoi confini spetterà comunque a te, possibilmente con un supporto psicoterapeutico adeguato.

Un mini piano d’azione per iniziare

Se leggendo queste parole hai sentito una risonanza profonda, la consapevolezza è il primo passo per smettere di lottare contro te stesso e iniziare a costruire una vita su misura per il tuo funzionamento. Ecco da dove puoi partire oggi stesso:

  • Valida la tua fatica: smetti di dirti che “non dovresti” essere stanco. Se un’interazione sociale o un ambiente rumoroso ti hanno prosciugato, la tua stanchezza è reale e legittima. Concediti il diritto di recuperare.
  • Mappa i tuoi “ladri di energia”: per la prossima settimana, usa un approccio mindful. Annota su un quaderno quali situazioni, suoni, luci o dinamiche relazionali ti prosciugano maggiormente. Non giudicarle, osservale e basta.
  • Valuta un consulto mirato: Se senti che la fatica sta compromettendo la tua qualità di vita, cerca un professionista esperto in neurodivergenze adulte. Chiedi esplicitamente, prima di prenotare, se hanno esperienza con la doppia eccezionalità e il masking negli adulti.

Riconoscere la propria intera complessità è il primo atto di vera cura verso se stessi.

Qui trovi il video del podcast inerente a questo tema: https://youtu.be/g2BFvJpnn2M