«Chiara, ho letto tutto sulla plusdotazione e finalmente molte cose hanno senso: la velocità dei miei pensieri, la curiosità insaziabile, il bisogno di andare a fondo. Ma c’è una parte di me che continua a non tornare. Faccio una fatica enorme in situazioni che per gli altri sono banali. A volte il mondo è semplicemente troppo: troppo rumoroso, troppo luminoso, troppo faticoso da decifrare. È normale per un gifted sentirsi sempre così esausti?»
Questa è una delle riflessioni che ascolto più spesso in studio da parte di adulti che hanno da poco scoperto il proprio alto potenziale cognitivo (APC o giftedness). C’è il sollievo di aver trovato una lente attraverso cui leggere la propria intensità, ma c’è anche un dubbio persistente: un senso di inadeguatezza e un sovraccarico quotidiano che sembrano andare oltre le caratteristiche tipiche della plusdotazione.
In occasione della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo, credo sia fondamentale fare spazio a una conversazione complessa ma necessaria. L’autismo viene ancora troppo spesso descritto in modo stereotipato, legato a immagini rigide che non rappresentano le infinite sfumature della neurodivergenza. In particolare, quando l’autismo si intreccia con la giftedness, parliamo di doppia eccezionalità (2e). E qui, le cose si fanno invisibili a un occhio non allenato.

Il sovraccarico scambiato per intensità
Troppo spesso la giftedness viene descritta come qualcosa di pesante, difficile, quasi doloroso da vivere. Allo stesso modo, il sovraccarico sensoriale ed emotivo viene frequentemente scambiato per una semplice caratteristica dell’alto potenziale. Ma la realtà clinica ci dice che, sebbene un cervello gifted processi le informazioni in modo più rapido e profondo, una fatica quotidiana invalidante nel gestire luci, rumori o interazioni sociali potrebbe essere il segnale di qualcos’altro.
Immagina questa scena di vita quotidiana: sei a una cena di lavoro. Il tuo cervello gifted sta elaborando concetti brillanti, cogliendo collegamenti che ad altri sfuggono. Ma allo stesso tempo, un’altra parte del tuo cervello sta faticando enormemente per filtrare il rumore di fondo del ristorante, per ricordarsi di mantenere il giusto contatto visivo con l’interlocutore, per decodificare il tono di voce del collega e capire quando è il momento giusto per intervenire senza interrompere. Tornerai a casa non solo stanco, ma completamente svuotato, necessitando di giorni per ricaricare le batterie. Questa non è solo l’intensità della plusdotazione; questo è il costo energetico di un sistema nervoso che funziona diversamente.
Il peso del masking e l’invisibilità femminile
Perché, se sei un adulto con doppia eccezionalità, nessuno se n’è accorto prima? La risposta sta in una parola cruciale: masking (o camuffamento sociale).
Le persone gifted hanno un’intelligenza cognitiva e una capacità di analisi così elevate da poter studiare le regole sociali come se fossero un manuale di istruzioni. Imparano intellettualmente ciò che i neurotipici fanno intuitivamente. Questo meccanismo è particolarmente evidente e diffuso nelle donne autistiche, che fin da bambine subiscono pressioni sociali maggiori per conformarsi, essere accudenti e compiacenti.
Una donna con doppia eccezionalità potrebbe essere un’eccellente professionista, avere una famiglia, sembrare perfettamente integrata. Ma il prezzo di questa integrazione è un burnout autistico cronico. Il masking richiede un dispendio di energie enorme: significa recitare una parte 24 ore su 24, reprimendo i propri bisogni sensoriali e i propri meccanismi di autoregolazione (come il bisogno di muoversi o di isolarsi) per apparire “normali”. L’alto potenziale fa da scudo, nascondendo le fatiche autistiche dietro risultati scolastici o lavorativi brillanti, ma lasciando la persona in un profondo stato di solitudine interiore.
Come l’ACT e la Mindfulness possono aiutarti
Quando iniziamo a sospettare una doppia eccezionalità, la mente può reagire in due modi: con spavento («C’è qualcosa di profondamente sbagliato in me») o con iper-analisi («Devo capire esattamente in quale casella rientro»).
L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) ci insegna un approccio diverso. Non si tratta di “aggiustare” un cervello rotto, perché il tuo cervello non è rotto: funziona semplicemente con un sistema operativo diverso. L’ACT ci aiuta a praticare la defusione: imparare a osservare i nostri pensieri severi («Dovrei farcela, gli altri non fanno tutta questa fatica») senza farci agganciare. Ci permette di fare spazio alla frustrazione e alla stanchezza, smettendo di combattere contro la nostra stessa natura.
In questo processo, la Mindfulness è uno strumento pratico insostituibile. Non intesa come rilassamento forzato (che per una mente neurodivergente può essere persino irritante), ma come consapevolezza ancorata al momento presente. Imparare a notare i segnali del corpo prima che il sovraccarico sensoriale diventi un crollo. Chiedersi: «Come sta il mio corpo in questo momento? La luce di questo ufficio mi sta dando fastidio? Sto trattenendo il respiro?» Riconoscere questi micro-segnali ti permette di introdurre piccole modifiche ambientali prima di esaurire le batterie.
I limiti dell’autodiagnosi: perché serve un esperto
Oggi, grazie ai social media, c’è una grandissima diffusione di informazioni su autismo e ADHD. Questo è un bene, perché riduce lo stigma e offre momenti di profonda validazione («Finalmente capisco che non sono l’unico!»). Tuttavia, è fondamentale tracciare un confine netto: l’autodiagnosi non basta, e a volte può essere fuorviante.
I sintomi di un trauma complesso, di un disturbo d’ansia grave o di un sovraccarico cronico possono sovrapporsi e mimare alcuni tratti dell’autismo. Inoltre, un professionista non aggiornato potrebbe invalidare i tuoi dubbi dicendoti: «Ma tu hai un buon lavoro e mi guardi negli occhi, non puoi essere autistico». Ecco perché, se vivi queste fatiche, è essenziale rivolgersi a clinici esperti in multi-eccezionalità e neurodivergenze in età adulta. Solo una valutazione specialistica accurata può districare i fili della giftedness, dell’autismo e delle strategie di compensazione che hai messo in atto per tutta la vita.
Un piccolo piano d’azione per iniziare
Se leggendo queste parole hai sentito risuonare qualcosa di profondo, ecco alcuni passi pratici da cui puoi partire fin da oggi per prenderti cura della tua neurodivergenza, riconosciuta o sospetta che sia:
- Valida la tua fatica: Smetti di paragonare i tuoi livelli di energia a quelli dei tuoi colleghi o amici neurotipici. Se un’ora di spesa al supermercato ti stanca quanto una giornata di lavoro, è un dato di fatto legato al tuo carico sensoriale. Riconoscilo senza giudicarti.
- Mappa i tuoi “ladri di energia”: Prendi un quaderno e, per una settimana, annota quali attività, luci, rumori o interazioni sociali svuotano rapidamente la tua batteria. L’intelligenza ti permette di fare tutto, ma non significa che tu debba fare tutto senza protezioni (come tappi per le orecchie, pause strategiche, smart working).
- Cerca la tua tribù: L’isolamento è uno dei pesi più grandi per gli adulti doppiamente eccezionali. Esistono gruppi online, associazioni e forum dedicati agli adulti autistici e gifted. Leggere le esperienze altrui è spesso il primo, potentissimo passo verso l’auto-accettazione.
- Cerca il professionista giusto: se i dubbi persistono e la fatica quotidiana è alta, prenota una consulenza con uno psicologo o uno psicoterapeuta esplicitamente formato in plusdotazione e neurodivergenze negli adulti. Non accontentarti di chi non conosce la doppia eccezionalità.
Essere gifted ed essere autistici non sono difetti da correggere.
Sono lenti diverse attraverso cui fare esperienza del mondo.
Comprendere il proprio libretto di istruzioni è il gesto di cura più grande che tu possa dedicarti.

