Fare o non fare la valutazione?

“E se fossi gifted?” È una domanda che molti adulti si fanno dopo anni passati a sentirsi “troppo”: troppo veloci nel pensiero, troppo intensi, troppo sensibili, troppo dispersivi, oppure stranamente capaci in alcuni ambiti e molto in difficoltà in altri.

Spesso il dubbio arriva tardi. Non nell’infanzia, quando certe caratteristiche potevano essere notate a scuola, ma in età adulta, magari dopo un burnout, una fatica lavorativa ricorrente, una diagnosi che non convince del tutto, o la scoperta che il proprio modo di funzionare assomiglia molto a quello descritto nella giftedness.

A quel punto la domanda diventa concreta: ha senso fare una valutazione da adulti oppure no?

La risposta breve è: dipende da cosa stai cercando. Non è un passaggio obbligatorio. Non è necessario per “legittimare” il proprio vissuto. E, soprattutto, non dovrebbe essere affrontato come una caccia al numero del QI o al pezzo di carta da esibire. Però, in alcuni casi, può essere davvero utile per fare chiarezza, dare un nome a un funzionamento che finora è sembrato confuso o contraddittorio, e orientare meglio un eventuale percorso psicologico.

La valutazione non serve a dimostrare che vali

Questo è forse il punto più importante da chiarire subito. Quando una persona adulta pensa alla valutazione per la giftedness, a volte sotto la domanda esplicita ce n’è un’altra, più dolorosa: “Ho finalmente una spiegazione per quello che ho sempre sentito?” oppure “Posso smettere di pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in me?”

È comprensibile. Se per anni ti sei sentito fuori posto, frainteso o “incoerente”, cercare una risposta può avere un forte valore emotivo.

Ma qui serve una sfumatura importante: una valutazione può offrire informazioni utili, non un verdetto sul tuo valore personale. Può aiutare a capire alcuni aspetti del tuo funzionamento cognitivo e psicologico. Non può, da sola, risolvere ferite antiche, difficoltà relazionali, perfezionismo, ansia, senso di inadeguatezza o fatica nel regolare le emozioni.

In ottica ACT, potremmo dire così: la mente cerca spesso una definizione definitiva per sentirsi al sicuro. Cerca una formula che chiuda il dubbio. Ma non sempre la chiarezza nasce da un’etichetta; a volte nasce dal modo in cui impariamo a leggere la nostra esperienza e a muoverci con più consapevolezza dentro di essa.

Quando la valutazione può essere davvero utile

Ci sono situazioni in cui fare una valutazione in età adulta può avere senso clinico.

Per esempio, quando senti che il tuo funzionamento è stato a lungo interpretato in modo parziale. Magari ti riconosci in alcune caratteristiche della giftedness, ma anche in aspetti che fanno pensare ad ADHD, autismo, ansia, o a una combinazione di più fattori. In questi casi, la valutazione può essere utile non tanto per “stabilire se sei gifted sì o no” in modo astratto, ma per comprendere come funzionano insieme i diversi aspetti del tuo profilo.

Questo è particolarmente importante quando c’è il sospetto di multi-eccezionalità, cioè la presenza contemporanea di alto potenziale e di altre condizioni o vulnerabilità. Nella pratica clinica, questo può tradursi in profili molto complessi: persone molto brillanti che però si sentono cronicamente disorganizzate, adulti con grande profondità di pensiero ma forte affaticamento esecutivo, oppure persone che hanno compensato a lungo e che arrivano a chiedere aiuto solo quando le strategie abituali non bastano più.

In questi casi, una buona valutazione può aiutare a distinguere meglio ciò che è tratto cognitivo, ciò che è strategia di compensazione, ciò che è sofferenza psicologica e ciò che richiede un intervento specifico.

Può anche essere utile se vuoi iniziare o riorientare una psicoterapia. Non perché la terapia richieda obbligatoriamente una valutazione formale, ma perché avere una mappa più chiara del proprio funzionamento può rendere il lavoro terapeutico più mirato e realistico.

Quando la valutazione potrebbe non essere la prima cosa da fare

Ci sono anche situazioni in cui la valutazione non è necessariamente il primo passo migliore.

Per esempio, se in questo momento sei soprattutto in cerca di conferma identitaria. Se senti che solo un risultato ufficiale potrebbe autorizzarti a prenderti sul serio, il rischio è di caricare la valutazione di un peso emotivo eccessivo. In quel caso, l’esito – qualunque esso sia – potrebbe non portare il sollievo sperato.

Un altro caso è quando la sofferenza attuale è molto alta: ansia intensa, depressione, esaurimento, crisi relazionali, difficoltà lavorative importanti. Qui può essere più utile iniziare da una consulenza psicologica o da un percorso terapeutico che aiuti a stabilizzare la situazione e a capire meglio quali domande porre, prima ancora di decidere se fare una valutazione formale.

Questo non significa che la valutazione sia inutile. Significa che il tempismo conta. A volte la domanda giusta non è “devo farla?”, ma “mi serve farla adesso, e per quale obiettivo concreto?”

Una checklist pratica per orientarti

Se sei nel dubbio, può essere utile fermarti e porti alcune domande semplici ma oneste:

  • Che cosa spero di ottenere da una valutazione? Chiarezza sul funzionamento, conferma identitaria, orientamento terapeutico, comprensione di difficoltà specifiche?
  • Il mio interesse riguarda solo la giftedness o anche possibili condizioni associate? Per esempio attenzione, regolazione emotiva, aspetti dello spettro autistico, ansia, perfezionismo, funzionamento esecutivo.
  • Se non facessi la valutazione, che cosa resterebbe comunque importante affrontare? Fatica, relazioni, autostima, stress, senso di diversità?
  • Sono pronto ad accogliere un esito complesso o non perfettamente coincidente con ciò che immagino?
  • Mi serve davvero una valutazione formale oppure, per ora, una consulenza clinica potrebbe bastare?
  • Sto cercando una risposta che apra possibilità concrete oppure una risposta che chiuda definitivamente ogni dubbio?

Queste domande non sostituiscono una valutazione professionale, ma aiutano a capire meglio la direzione.

Giftedness, sofferenza e rischio di semplificare troppo

Un punto delicato è questo: riconoscersi nella giftedness può essere illuminante, ma anche fuorviante se diventa una spiegazione totale.

Non tutto ciò che senti dipende dall’alto potenziale. E non tutto ciò che ti fa soffrire si chiarisce con una valutazione cognitiva. A volte una persona gifted ha anche schemi di autosvalutazione molto radicati. A volte ha imparato a funzionare in modalità iperprestazione. A volte vive una forte fusione con i propri pensieri: “Se penso di essere inadeguato, allora lo sono davvero”. Oppure evita contesti, relazioni o scelte importanti per paura di non essere compresa o di fallire rispetto alle proprie aspettative.

Qui l’ACT può offrire una cornice utile. Non per negare l’importanza di capire il proprio profilo, ma per ricordare che conoscersi meglio è un mezzo, non il fine. Il fine è vivere in modo più flessibile, più coerente con i propri valori, meno governato dalla lotta continua con i propri pensieri o con l’idea di dover finalmente “spiegare tutto”.

In altre parole: sapere di essere gifted può aiutare. Ma poi resta comunque il lavoro quotidiano di imparare a stare meglio con se stessi, nelle relazioni, nel lavoro, nei limiti reali della vita adulta.

Quindi: farla o non farla?

Se la valutazione viene cercata come trofeo, prova definitiva o soluzione totale, probabilmente rischia di deludere.

Se invece viene considerata come uno strumento di comprensione, soprattutto quando ci sono dubbi sul proprio funzionamento o sul possibile intreccio con altre caratteristiche cliniche, allora può essere molto utile.

Non è obbligatoria. Non è sempre necessaria. Ma in alcuni momenti può dare ordine, linguaggio e direzione.

E se sei ancora incerto, non devi decidere da solo e in modo definitivo. Una consulenza con uno psicologo o psicoterapeuta esperto in giftedness e multi-eccezionalità può essere un primo passo sensato. Non per spingerti verso la valutazione a tutti i costi, ma per capire se, nel tuo caso, può avere significato e quale domanda clinica vale davvero la pena esplorare.

Un passo pratico da cui partire

Se questo tema ti riguarda, prova a fare così nei prossimi giorni: prendi un foglio e dividi la pagina in due colonne. Nella prima scrivi: “Cosa spero di capire con una valutazione”. Nella seconda: “Cosa mi farebbe bene affrontare comunque, anche senza una valutazione”.

È un esercizio semplice, ma spesso molto rivelatore. Ti aiuta a distinguere il bisogno di chiarezza dal bisogno di cura. E, molto spesso, entrambi meritano spazio.

Se poi senti che il quadro resta confuso, il passo successivo non è forzarti a scegliere subito, ma cercare un confronto competente. A volte la decisione migliore non è quella più rapida, ma quella più allineata a ciò che ti serve davvero, qui e ora.

In caso di dubbi o domande, scrivimi qui sotto.