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Dott.ssa Chiara Rossi Urtoler

A volte si percepiscono i propri problemi e il proprio malessere talmente grandi che ci si convince del fatto che nessuno possa darci una mano. Si ha paura di trovare degli incompetenti o di sentirsi giudicati o di finire in un tunnel di visite mediche e riempiti di farmaci.
Ma succede davvero così quando si va da uno psicologo?

 

Un po’ di apprensione all’idea di intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico è del tutto normale e si potrebbero avere dubbi, paure e perplessità simili alle seguenti.
Proviamo a dare qualche risposta alle domande più comuni riguardo la psicoterapia cognitivo-comportamentale:

1. La psicoterapia è solo per i matti?
No, la psicoterapia è prevalentemente un percorso per persone “normali” che pensano di poter usufruire di un aiuto esterno da parte di un esperto al fine di: migliorare la propria vita, cambiare quello che crea disagio o problemi, individuare i propri obiettivi e raggiungerli, imparare strategie che aumentino il proprio benessere.

2. Se inizio un percorso, questo sarà a frequenza settimanale, durerà anni e sarà molto costoso?
La durata e la frequenza dei colloqui non è fissa, ma dipende dalle problematiche presentate e dagli accordi che si prendono fra paziente e terapeuta nei primi incontri. Inoltre, con la terapia cognitivo-comportamentale i miglioramenti nel benessere della persona sono visibili già nei primi mesi e spesso si raggiungono obiettivi terapeutici in mesi più che in anni.
Inoltre le sedute di psicoterapia, anche nel privato, sono detraibili come qualsiasi spesa medica.

3. Come faccio a sapere se è davvero uno psicologo o psicoterapeuta legalmente abilitato e non un ciarlatano qualunque?
Basta controllare nell’Ordine degli Psicologi della propria Regione e si potrà vedere con chiarezza se il nominativo che abbiamo risulta abilitato a fare lo psicologo e se risulta come psicoterapeuta (per conoscere la differenza fra psicologo e psicoterapeuta e psichiatra vedere la relativa pagina)

4. E se fossi troppo imbarazzato per dire ciò che mi disturba?
Se provaste vergogna o disagio sarebbe comprensibile e potreste dirlo al terapeuta, il quale appunto vi risponderà che è normale provare questi sentimenti e sarà in grado di farvi sentire a vostro agio. Non è necessario dire comunque tutto subito, e potete gradualmente costruire un clima di fiducia che aiuti ad aprirsi.

5. Che succede se lavorare con un professionista non mi aiuta?
Il trattamento non sempre ha un effetto immediato, però, se siete decisi nel voler tentare di stare meglio, è probabile che abbia almeno qualche beneficio: dal sentirsi capiti, sollevati, sostenuti, all’ottenere risultati di cambiamento, raggiungimento di obiettivi e risoluzione dei problemi.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale solitamente, anche già dai primi incontri, aiuta a trovare pezzi mancanti del proprio puzzle e quindi fornisce degli strumenti per risolvere problemi e migliorare il benessere

6. E se parlare dei miei problemi li peggiorasse?
Una terapia, adatta al problema presentato, raramente peggiora i problemi. A volte potreste avvertire un leggero incremento nel livello di disagio nel corso del cammino verso la guarigione, ma è proprio il segnale del fatto che si stanno affrontando i problemi e ci si sta mettendo in gioco e ci sono possibilità di cambiamento.

7. E si mi giudicasse male per quello che gli racconto?
Il terapeuta non giudica, ma anzi accoglie i problemi che gli vengono presentati come fonte di sofferenza per la persona e quindi accetta il paziente così com’è senza innalzarsi a giudice o critico.

8. E se mi facesse il lavaggio del cervello o mi costringesse a fare cose che non voglio fare? 
Il ruolo del terapeuta non è quello di dire cosa si deve fare, ma di aiutare la persona a fare chiarezza e a capire come può stare meglio, assecondando gli scopi e gli obiettivi del paziente e non certo i propri. Non si impone e non obbliga a fare niente che non si voglia fare. Può proporre attività o esercizi da svolgere in seduta o a casa, ma sempre in accordo con il paziente.
Il terapeuta, infatti, accompagna il paziente nel viaggio dentro di sé e lo aiuta a sviluppare risorse e strumenti per fare da sè. Analogamente a quando si va in palestra e ci si fa seguire da un personal trainer, egli non aiuterà la persona a sollevare i suoi pesi, né farà esercizi al vostro posto, ma contribuirà a creare le condizioni (tramite informazioni, supporto, guida) affinché la persona possa fare da sé ed allenarsi al proprio meglio.
Inoltre ricordiamo che lo psicoterapeuta è un professionista che si è formato con un preciso e lungo percorso di studi, è iscritto all’albo di un Ordine professionale ed è quindi tenuto a conformarsi al codice deontologico e cioè a una serie di regole che tutelano il paziente proprio da manipolazioni e lavaggi del cervello. Se ci si sente sfruttati, costretti, o si dubita della professionalità del terapeuta, è possibile rivolgersi all’Ordine Professionale di competenza ed effettuare le verifiche necessarie.

9. E se mi riempisse di farmaci?
Lo psicologo, che sia o meno anche psicoterapeuta, non può prescrivere farmaci, ma solo lo psichiatra può farlo (vedere le differenze). Il lavoro dello psicologo è quindi impostato su pensieri, emozioni e comportamenti e non di tipo medico e farmacologico. In taluni casi lo psicologo potrebbe consigliarvi una visita specialistica per prendere in considerazione una cura farmacologica di sostegno alla psicoterapia, ma sarà a vostra discrezione decidere se effettuarla o meno.

 

10. E se il terapeuta passasse informazioni private su di me ai Servizi Sociali o al mio datore di lavoro?
Le informazioni che riferite a qualsiasi esperto della Salute Mentale, e quindi anche dallo psicologo iscritto all’Albo, sono protette dal segreto professionale e quindi sono confidenziali. Non possono dunque venire comunicate alla vostra famiglia, al vostro capo o chiunque altro senza il vostro esplicito consenso (solitamente scritto). L’unica eccezione si verifica quando viene identificato in modo assolutamente chiaro un rischio per voi o chi vi sta vicino, figli compresi. Solo in circostanze estreme e piuttosto rare i terapeuti chiedono ai Servizi Sociali di valutare l’impatto di un problema mentale sulla famiglia del paziente. E comunque, non lo farà di nascosto, ma vi informerà in anticipo della sua intenzione di coinvolgere strutture esterne.

11. Cosa succede se il terapeuta pensa che sono matto e vuole ricoverarmi in ospedale? 
Il vostro terapeuta non penserà che siete matti, in quanto solitamente il fatto che vi rendiate conto di avere qualche problema o disagio è proprio la prova che non siete matti! Inoltre, le persone vengono raramente trattenute in ospedale contro la propria volontà e solo in casi estremi, e cioè se siete un pericolo per voi stessi o per gli altri, se avete cercato di togliervi la vita o se trascurate voi stessi in modo preoccupante. E anche in questi casi, in alcune zone di Italia sono previsti servizi a domicilio per evitare i ricoveri ospedalieri.

12. E se decidessi di interrompere il percorso prima del previsto?
Interrompere del tutto, o anche solo sospendere, il percorso è un vostro diritto e potete farlo in qualsiasi momento. L’ideale sarebbe comunicarlo al terapeuta  durante una seduta, così avrà modo di capire le vostre motivazioni ed eventualmente darvi un riscontro che vi può essere utile per prendere la vostra decisione più consapevolmente. Inoltre in quell’occasione, potrebbe anche essere utile fare insieme il punto della situazione, vedere quanto è stato fatto durante il percorso, così da rinforzare gli sforzi che avete fatto e prolungarne gli effetti nel tempo, e vedere cosa ancora in un futuro si potrebbe fare, se deciderete di riprendere quel percorso o di intraprenderne uno nuovo, con lo stesso terapeuta o con un altro. Quindi esprimendo direttamente al terapeuta l’intenzione di concludere le visite, non si corre il rischio che vi costringa a continuare, ma piuttosto sarebbe piuttosto un valore aggiunto al percorso che avete fatto.

Se avete alcune di queste paure e preoccupazioni è utile parlarne con lo psicologo al vostro primo incontro, o anche quando prendete l’appuntamento, oppure quando lo ritenete più opportuno nel corso della terapia. Questo vi aiuterà a fare luce sulle vostre paure e i vostri dubbi e, se sarete soddisfatti delle risposte, potrete continuare il percorso, altrimenti siete sempre liberi di interromperlo e rivolgervi ad altri. Quest’ultima possibilità è da considerare soprattutto quando il terapeuta non si dimostra sensibile alle vostre esigenze e non considera le vostre richieste che gli avete esplicitamente e chiaramente rivolto.

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